L’amuleto
Recensione di: Emanuela Di Novo
TRAMA:
Pine Cone, Alabama, 1965. Dean Howell sta per essere inviato in Vietnam, quando un orribile incidente lo riduce a un vegetale. Da quel momento, la vita di sua moglie Sarah diventa un inferno: oltre al marito, dovrà occuparsi anche della suocera, Jo, una donna pretenziosa e crudele da cui sgorga inesauribile un fiume di odio per la sorte capitata al figlio.
Un giorno, Jo regala un amuleto a colui che ritiene il vero responsabile, e strani eventi si mettono in moto: una danza macabra di maledizioni e disgrazie, orrori e omicidi. Man mano che il panico dilaga, Sarah dovrà affrontare una realtà impossibile. E mettere le mani sull’amuleto: prima che le morti diventino una strage, che la vendetta rada al suolo l’intera città.
RECENSIONE:
L’amuleto è il romanzo d’esordio di Michael McDowell e contiene già molti degli elementi che renderanno inconfondibile la sua narrativa: un Sud degli Stati Uniti vivo e pulsante, famiglie disfunzionali, comunità attraversate da tensioni sociali profonde e un soprannaturale che si insinua lentamente nella quotidianità fino a deformarla.
L’azione si svolge nell’Alabama del 1965, una terra aspra e divisa che McDowell descrive con straordinaria precisione.
Quando Dean torna dal campo di addestramento per il Vietnam gravemente ferito da un’esplosione che lo ha ridotto a uno stato vegetativo, la sua giovane moglie Sarah si ritrova intrappolata in un’esistenza fatta di rinunce, fatica e senso del dovere. Otto ore alla catena di montaggio della fabbrica di armi, il ritorno a casa per accudire il marito e il controllo costante della suocera Jo, che gestisce ogni aspetto della sua vita, compresi i suoi guadagni.
Sarah è una protagonista straordinaria proprio perché non possiede nulla dell’eroina tradizionale. È stanca, frustrata, spesso disperata. Non nasconde il disgusto che prova davanti al corpo ormai svuotato del marito e non cerca di apparire migliore di ciò che è. La sua sofferenza è concreta, quotidiana, fatta di piccoli gesti ripetuti fino allo sfinimento. Per questo il lettore finisce inevitabilmente per schierarsi dalla sua parte.
Dall’altra parte troviamo Jo Howell, una delle figure più memorabili create da McDowell. All’inizio è possibile provare una certa comprensione per una madre costretta a vedere il proprio figlio ridotto in quelle condizioni. Ma pagina dopo pagina emerge qualcosa di molto più inquietante del dolore: una cattiveria lucida, consapevole e deliberata.
“Jo Howell non è cattiva per sbaglio. È cattiva di proposito. È cattiva perché vuole essere cattiva.”
Ed è proprio qui che L’amuleto mostra la sua vera forza.
McDowell non introduce il male in una famiglia serena. Il male è già presente. Abita le relazioni, i rancori, le umiliazioni quotidiane. L’elemento soprannaturale non fa altro che amplificare ciò che esiste già, spingendo personaggi e lettori a interrogarsi su quanto in profondità possa arrivare il desiderio di vendetta.
L’amuleto entra in scena gradualmente, attraverso piccoli dettagli disseminati con grande abilità narrativa. Ogni nuovo evento accresce il senso di inquietudine e spinge a proseguire la lettura per capire fino a dove possa spingersi la spirale di violenza che si è messa in moto. McDowell dimostra già nel suo esordio una notevole capacità di costruire tensione, senza affidarsi a facili effetti shock ma lavorando sull’attesa e sull’accumulo.
Accanto a Sarah spicca il personaggio di Becca, amica fedele e presenza fondamentale all’interno della storia. È la figura che riesce a scuotere la protagonista dai momenti di immobilità e disperazione, offrendo sostegno senza mai risultare artificiale. In un mondo dominato dall’ostilità, rappresenta uno dei pochi punti di riferimento autentici.
Anche la fabbrica assume un forte valore simbolico. La catena di montaggio, con i suoi gesti ripetitivi e meccanici, diventa una metafora dell’alienazione e dell’impossibilità di sfuggire a un destino già scritto. Gli stessi fucili prodotti in città finiscono per alimentare la guerra lontana e, indirettamente, la tragedia che dà origine all’intera vicenda.
La scelta di un narratore esterno e distaccato contribuisce a creare una sensazione di osservazione quasi clinica degli eventi. Un’impostazione che può richiedere qualche pagina di adattamento, ma che si rivela perfettamente coerente con il tono del romanzo.
Il finale è netto, tagliente, privo di concessioni. Arriva improvviso e lascia addosso una sensazione quasi di incredulità, come se la storia si interrompesse un istante prima di essere davvero pronti a lasciarla andare.
Con L’amuleto, Michael McDowell dimostra già nel suo esordio una straordinaria capacità di raccontare l’orrore che nasce all’interno delle relazioni umane.
Traduzione: Elena Cantoni
Editore: Neri Pozza
Pagine: 480
Anno di pubblicazione: 2026
AUTORE:

Michael McDowell è stato un autore e sceneggiatore statunitense. Si è laureato in inglese ad Harvard e ha conseguito un dottorato di ricerca a Brandeis. Ha lavorato come insegnante, critico teatrale e segretario. È stato autore di più di venticinque romanzi e sceneggiature, tra cui quella del film Beetlejuice – Spiritello porcello. La casa editrice Neri Pozza ha portato in Italia, a partire dal 2023, la saga gothic-horror di Blackwater, ambientata nella cittadina di Perdido sconvolta da una devastante alluvione. Tra gli altri titoli, Gli aghi d’oro (2024), Katie (2025). L’amuleto fu il primo dei suoi romanzi a essere pubblicato, nel 1979.