L’antagonista. Il demone di Poveglia
RECENSIONE DI: Emanuela Di Novo
TRAMA:
«Lui era tornato. La caccia era cominciata.»
Nella nebbia della laguna di Venezia, passato e presente si intrecciano: la melodia di un antico carillon risveglia un Male vecchio come il mondo e scatena un potere che la scienza non è in grado di spiegare. La musica diventa un’arma, la storia una trappola.
E nessuno è più al sicuro.
Da non leggere prima di andare a dormire.
Un male antico si risveglia nella laguna di Venezia, legando due epoche in un vortice di sangue e mistero. Nel 1525, un’indagine su un omicidio a Poveglia porta alla luce una setta occulta e un’oscura creatura demoniaca. Cinquecento anni dopo, la stessa ombra torna a colpire sull’isola, costringendo la polizia a sfidare ogni logica razionale.
Tra indizi esoterici e segreti millenari, l’unica chiave per fermare la strage sembra nascosta nella melodia di un antico carillon. Un thriller storico dalle forti tinte gotiche, dove il passato ritorna per dare forma agli incubi più profondi.
RECENSIONE:
Ci sono luoghi capaci di trattenere ciò che è accaduto. Poveglia, ne L’Antagonista di Luca Arnaù e Valentino Meynet, è un luogo che trattiene il dolore di ciò che è accaduto in passato e continua a restituirlo.
Nel 1525 l’avogador Adonai Contarini viene chiamato sull’isola per indagare su un omicidio feroce. Cinquecento anni dopo, l’ispettore Riccardo Tersiveri e il sovrintendente Thomas Bandinelli si ritrovano davanti a un delitto che sembra ripetere qualcosa che avrebbe dovuto essere sepolto da secoli. Due indagini, due epoche e la stessa isola al centro di un enigma che continua a riaprirsi.
La costruzione delle due linee temporali è uno degli aspetti più riusciti del romanzo. I capitoli si alternano con naturalezza e gli indizi sembrano attraversare il tempo: ciò che viene scoperto nel Cinquecento acquista un significato nuovo nel presente, e viceversa. Il lettore raccoglie piccole dissonanze, dettagli apparentemente secondari e frammenti che soltanto alla fine trovano il proprio posto.
Non a caso, proprio la musica diventa uno dei fili conduttori della storia. Adonai possiede un orecchio capace di cogliere una nota fuori posto là dove gli altri sentono armonia. È lo stesso metodo con cui affronta l’indagine: cerca ciò che stona sotto la superficie dei fatti.
Il protagonista musicale è il carillon. Minuscolo e semplice, quasi innocuo, e per questo terribilmente efficace. La sua melodia ritorna, scompare, ricompare e finisce per accompagnare la lettura anche quando sulla pagina tace. A quella musica è legata una filastrocca che attraversa i secoli, tramandata di voce in voce fino a perdere parte del proprio significato originario. Il tempo modifica le parole, le consuma, le trasforma in una cantilena per bambini, ma qualcosa sopravvive.
La campana suona forte e ogni tocco porta morte.
Ed è forse una delle idee più affascinanti del romanzo: ciò che gli uomini dimenticano può continuare a vivere dentro una storia, una rima, una melodia. La filastrocca diventa una forma di memoria collettiva inconsapevole, un messaggio tramandato per generazioni da persone che ormai non ne comprendono più il significato. Le parole si deformano, ma il nucleo resta, in attesa che qualcuno riesca finalmente ad ascoltarlo. L’Antagonista insiste proprio sull’idea che il senso possa essersi consumato «nei secoli» e nelle voci che lo hanno tramandato, prima che alcuni versi tornino ad acquistare importanza per l’indagine.
Funzionano molto bene anche le due coppie investigative. Tersiveri e Bandinelli portano nel presente ironia, battute e un’irriverenza che alleggerisce la tensione senza spezzarla; Adonai e gli uomini che lo accompagnano appartengono invece completamente al loro tempo. Anche il dialetto veneziano contribuisce alla riuscita della parte storica: è riconoscibile e immersivo, ma dosato in modo da permettere anche a chi non lo conosce di comprenderne il senso attraverso il contesto.
Un altro protagonista de L’Antagonista è Poveglia. Il convento, il lazzaretto, lo Spitale degli Ossessi, il manicomio: i luoghi non fanno da cornice, custodiscono il passato e sembrano parlare attraverso ciò che è accaduto dentro le loro mura.
Entrando nello Spitale degli Ossessi l’orrore cambia natura, perché per qualche pagina il soprannaturale quasi passa in secondo piano e resta quello prodotto dagli esseri umani. Al secondo piano dell’edificio sono rinchiuse le donne definite «isteriche, ossesse, indemoniate»; alcune finiscono lì perché considerate scomode, per un’eredità, un matrimonio rifiutato, una disputa con qualcuno abbastanza potente da farle sparire.
Sono pagine difficili da leggere proprio perché il dolore esce dalla dimensione fantastica. Quelle donne vengono private del nome, della credibilità e della possibilità stessa di raccontare ciò che hanno subito. Vengono definite folli e, una volta applicata quell’etichetta, ogni loro parola può essere ignorata. Anche quando Margherita prova a parlare, ciò che dice viene liquidato come delirio: ed è proprio lì che il romanzo mostra quanto possa essere semplice trasformare una vittima in qualcuno che nessuno ritiene più degno di essere ascoltato.
È probabilmente questa la parte in cui L’Antagonista fa più male. Lo Spitale viene descritto come un luogo che assomiglia più a una prigione e a un girone infernale che a uno spazio di cura, ma l’aspetto davvero disturbante è comprendere che dietro quelle mura il mostro può avere un volto perfettamente umano.
Le tinte horror diventano in molte pagine quasi lovecraftiane: l’Antagonista è una presenza che sfugge a una forma definita, un buio capace di farsi materia. Ma Arnaù e Meynet mantengono contemporaneamente viva l’indagine, disseminando il romanzo di indizi, simboli e domande senza sacrificare il ritmo.
…un grumo di tenebra in continuo movimento, che si contorceva come fumo denso in cui si intravedevano mani adunche, dita deformi, unghie e zanne. Due occhi incandescenti si accesero al centro di quella massa informe.
La scrittura è fluida e veloce, capace di attraversare cinquecento anni senza creare fratture. L’Antagonista mescola giallo storico, thriller e horror soprannaturale costruendo un meccanismo in cui luoghi, musica, personaggi e indizi finiscono per risuonare gli uni negli altri.
TRADUZIONE: X
TITOLO ORIGINALE: X
EDITORE: Ugo Mursia editore
PAGINE: 342
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2026
AUTORE:

Luca Arnaù, genovese di nascita e milanese d’adozione, è giornalista, sceneggiatore e scrittore. Per la televisione ha firmato la serie Italians (2021), e ha debuttato al cinema con la sceneggiatura del film La Banda del Buffardello e il manoscritto di Leonardo (2022). Autore di thriller storici, con Mursia ha pubblicato Vlad, il Figlio del Drago (2025).
Valentino Meynet è nato e vive in Val d’Aosta, dove alterna al lavoro in cucina la sua passione per la scrittura. Un giorno sì è trovato tra le mani una penna e alcuni fogli: invece di disegnare, si è messo a scrivere romanzi gialli e di avventura e non vuole smetterla.