Intervista: “La memoria delle ombre” di Simone Panepuccia

Simone Panepuccia

Intervista a Simone Panepuccia

DOMANDE DI: Julia Fabbri 

SPAZIO CURATO DA: Beatrice Orrù

Buongiorno cari lettori, il graditissimo ospite del nostro spazio interviste di oggi è Simone Panepuccia, con il suo libro “La memoria delle ombre” (Giunti Editore, 2026) letto e recensito dalla nostra Julia Fabbri.

THRILLER LIFE: Nel romanzo, la figura dell’assistente virtuale e i codici di rievocazione delle “ombre”; mostrano una conoscenza diretta e minuziosa delle logiche di addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. Quanto della tua esperienza professionale nel campo dello sviluppo software ha influito nella costruzione dei processi di ricostruzione digitale di Lisa?

Simone Panepuccia: Indubbiamente la mia anima tecnologica ha un grosso peso sulla mia scrittura, ma le attenzioni principali di quando elaboro un’idea, restano sempre rivolte alla qualità della narrazione, allo stile, alla trama, alla veridicità dei personaggi.

Prima di questo romanzo ho scritto racconti e manoscritti di generi diversi. A un certo punto ho provato ad unire le mie due essenze: quella dello scrittore e quella dell’informatico, che fino a quel momento erano rimaste distanti, come in una sorta di doppia personalità. Da quella riconciliazione è nato un racconto che ho pubblicato sulla rivista Nazione Indiana (si intitola “Gli Abneganti“) e che ha ricevuto molti buoni riscontri.

Ecco, se devo trovare un momento in cui la mia esperienza professionale ha iniziato a influire sulla mia scrittura, credo che sia quello. Ne La memoria delle ombre, tuttavia, la trama thriller ha un peso maggiore rispetto ad eventuali tecnicismi portati dal mio background informatico. Ho costruito dei passaggi realistici, dal punto di vista tecnico (tutto quello che accade nel romanzo è al 99% possibile), ma non ci ho basato sopra la trama più di tanto.

Per intenderci, non troverete un manuale d’informatica con dettagli incomprensibili ai più, ma un thriller noir, oserei dire di stampo classico. Solo, virato in chiave tecnologica.

TL: Giacomo Guerra fa uso continuo di sostanze e psicofarmaci per reggere il peso emotivo della propria professione e compensare la perdita di contatto con la realtà. La dipendenza di Giacomo è un semplice anestetico o rappresenta l’unico modo che il personaggio possiede per creare un ponte tra il mondo fisico e quello virtuale delle simulazioni?

Simone Panepuccia: Interessante osservazione, basata su quanto traspare dal romanzo. Giacomo ricorre a queste sostanze per ricreare in sé emozioni artificiali. Ho voluto costruire questo parallelismo narrativo fra le sensazioni riprodotte del protagonista e quelle delle Ombre che lui crea.

E qui, in effetti, siamo di fronte a un ponte fra i due mondi, con lui che lo attraversa. Poi c’è un motivo tecnico, nato da una mia esigenza di scrittore. I temi trattati nel romanzo non erano di facile digestione, né per me che scrivevo, né per un lettore.

Quindi ho deciso di adottare uno stile asciutto, veloce, senza soffermarmi troppo sui dettagli. Giacomo doveva filtrare le aberrazioni che avrei dovuto scrivere. Ecco perché l’ho imbottito di farmaci e droghe, ecco perché l’ho reso cinico, distaccato e anaffettivo: per proteggere me stesso mentre scrivevo.

TL: La famiglia Giorgi commissiona la ricostruzione della figlia morta per colmare un vuoto insopportabile, ma la simulazione finisce per portare a galla segreti che avrebbero preferito tenere nascosti. Credi che l’illusione di poter “trattenere” i nostri cari attraverso i dati finisca per ostacolare il naturale processo di elaborazione del lutto nella società contemporanea?

Simone Panepuccia: La mia convinzione è che questi strumenti, questi fantasmi virtuali non aiutino l’elaborazione del lutto, ma la sospendano, rimandandola a quando saremo pronti ad accettarla. Ma non sappiamo se questo sia un processo benefico oppure deleterio. Non ci sono ancora studi. Si tratta di un congelamento, nella migliore delle ipotesi, nel breve periodo. Nella peggiore, si arriva alla psicosi, alla dipendenza.

La morte è la cosa più naturale della vita. Anche quando colpisce persone giovani. In quel caso è indubbiamente ingiusta, crudele. Va fatto un percorso, i genitori vanno aiutati, questo è indubbio. Però non si può snaturare la morte, è pericoloso.

TL: Roma viene descritta come una città ombrosa e distopica che riflette lo stato d’animo del protagonista. Quale ruolo gioca la scelta di un’ambientazione romana così cupa rispetto all’atmosfera noir e tecnologica del racconto?

Simone Panepuccia: Un noir narrato in prima persona dal punto di vista di un protagonista duro, cinico, apparentemente anaffettivo, probabilmente farebbe risultare cupa l’ambientazione anche se fosse ambientato a Disneyland. A parte gli scherzi, quando ho iniziato a scrivere questo romanzo, sono stato particolarmente ispirato da Il Grande Sonno di Chandler.

Letto tanti anni fa, non ne ricordavo bene la trama, ma solo le atmosfere e mi sono detto, una volta buttata giù l’idea iniziale, che avrei voluto ricreare quel genere di suggestioni. Roma, un po’ come Los Angeles, mostra molte facce, scorci diversi, basta saper cercare quelli più adatti ad un’atmosfera noir e illuminarli con la giusta fotografia.

TL: Il protagonista è molto solido e con questo romanzo dimostri una padronanza notevole delle strutture del thriller psicologico e del noir speculativo. Possiamo aspettarci di ritrovare il personaggio di Giacomo Guerra in una nuova indagine o consideri la sua parabola narrativa conclusa con questo libro?

Simone Panepuccia: La memoria delle ombre è un romanzo che presenta un personaggio potenzialmente seriale. Ci sono delle idee, qualcuna già disseminata nel libro, per un ipotetico seguito. Quindi, dal punto di vista narrativo le premesse ci sono tutte. Chiaramente prima di parlare di seguito bisogna vedere che accoglienza avrà questo primo capitolo. Per fare un libro non basta solo uno scrittore, ci vuole anche un editore.

Dal canto mio, se ci sarà disponibilità dal punto di vista editoriale, sarò pronto a scrivere il sequel. In ogni caso, in questo momento, posso dire di essere nella fase di raccolta idee e, proprio dopo aver ricevuto diverse richieste in merito da parte dei lettori, ho iniziato a preparare qualche appunto.

TL: Prima di salutarti e ringraziarti per il tempo che ci hai dedicato, c’è qualche consiglio che vorresti dare ai lettori di Thrillerlife?

Simone Panepuccia: Intanto sono io a ringraziarvi per questa intervista. Ai vostri lettori voglio solo dire di essere curiosi e non soffermarsi sempre solo sui soliti autori noti. Frequentando gruppi di lettura sui social noto sempre più spesso che molti rimangono delusi dall’ultimo libro di un autore, di cui magari hanno seguito tutta la bibliografia. Ecco, uscite dalla vostra comfort zone e guardate anche altrove, fatevi guidare dalle vostre sensazioni e non soffocate la vostra voglia di scoperta.

La redazione di Thriller Life ringrazia Simone Panepuccia per la disponibilità.

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