William Bavone ci racconta del suo “Scacco al re”

William Bavone

Intervista a William Bavone

DOMANDE DI: Alessandra Boschini

SPAZIO CURATO DA: Ilaria Ambrosi

Scacco al re

Buongiorno cari lettori, il graditissimo ospite del nostro spazio interviste di oggi è William Bavone con il suo nuovo libro Scacco al re (Newton Compton Editori, 2025) letto e recensito dalla nostra Alessandra (QUI la sua recensione).

William Bavone, classe 1982, è salentino di nascita e parmense d’adozione. Laureato in Economia, ha al suo attivo saggi di geopolitica, romanzi, novelle per bambini e vari racconti inseriti in diverse antologie e pubblicati singolarmente. La Newton Compton ha pubblicato Il morso del varano e Scacco al re.

THRILLER LIFE: La storia di “Scacco al re” è congegnata come una partita a scacchi tanto che i personaggi sono rappresentati da pezzi del gioco. Com’è nata questa idea?

WILLIAM BAVONE: Possiamo dire che il seme è stato piantato nella mia testa all’età di 15 anni circa. All’epoca prendevo dei Dylan Dog da casa di un mio compagno di classe per poi divorarle tra un compito e una partita a calcetto. Tra quegli albi c’era il 66, Partita con la morte, che metteva in scena uno scontro scacchistico tra la Morte e un uomo in coma. Fu amore. Quella storia mi rimase dentro come il fascino per gli scacchi che paradossalmente non assecondai mai.

Poi negli ultimi anni è spuntato il germoglio di quello che poi è diventato Scacco al re, un thriller psicologico che si muove proprio tra i pezzi di una scacchiera. Questa storia mi ha costretto ad approfondire il mondo degli scacchi sia in modo narrativo che di regole di gioco. Imparare per scrivere, uno degli aspetti meravigliosi di questo mondo, del resto.

Poi, mentre scrivevo questo thriller, è apparso Nico De Luca e la sua storia iniziata con Il morso del varano. Non potevo non cedere alla tentazione di unire questi due mondi narrativi per creare una struttura inusuale – forse rischiosa – e avvincente per me che scrivevo. Come fare in modo che queste storie convivano nello stesso libro, tangendosi e allontanandosi fino a confluire su un unico finale? Una sfida bellissima dal punto di vista autoriale.

TL: L’ispettore Nico De Luca, salentino d’origine, è un personaggio all’apparenza duro e rude, ma molto vulnerabile. La sua “faccia da randagio” e quella cicatrice che cerca di nascondere sotto la barba, il rapporto con la nipote Giulia e i pensieri che gli sfuggono nel suo dialetto, fanno sì che il lettore ne rimanga affascinato e si affezioni. Quanto c’è di William Bavone in De Luca?

WILLIAM BAVONE: Nico De Luca nasce dalla necessità di maneggiare un personaggio capace di ricongiungere il lettore al senso di umanità che oggi ritengo perso. Siamo iperconnessi, ci sentiamo parte di una rete infinita, ma la realtà è che viviamo in un progressivo isolamento in cui è più importante rispondere a delle aspettative esterne che a quelle più intime. I sogni oggi ci vengono indotti dal contesto e non vengo più dal nostro cuore.

De Luca nasce quindi per mettere in mostra le nostre imperfezioni, le nostre contraddizioni, ci parla del fatto che siamo composti da luci e ombre e che tutto ciò ci rende unici e reali. Ovviamente, quando si scrive, occorre parlare di ciò che realmente si conosce e allora la mia salentinità permette a De Luca di comporre dei ricordi veri, gli permette di avere una spontaneità di pensiero che si aggrappa alla forma linguistica dialettale (e per scrivere in dialetto ho dovuto procurarmi un vocabolario da consultare in modo meticoloso), gli permette di avere una contraddizione assurda come la poca affezione al mare e all’estate.

Su quest’ultimo punto le nostre motivazioni sono differenti e per Nico De Luca sono ben più forti e motivate, ma ritenevo fosse un input utile su cui lavorare e dare tridimensionalità al personaggio. Per il resto non ci sono altri punti che uniscono scrittore a personaggio e Nico De Luca ha una vita propria come è giusto che sia.

TL: Tema centrale di “Scacco al re” è la vendetta. Fino all’ultimo capitolo viene giocata una partita che si protrae per mesi; Vincenzo Galimberti rimane invischiato in una ragnatela che lo avvolge e si serra sempre più. Le conseguenze saranno tragiche, estreme e crude. Covata per anni, la conseguenza di un’azione può davvero portare a tanto?

WILLIAM BAVONE: Siamo sempre a ciò che ci ha “insegnato” Il morso del varano: il male ci morde, ci lascia andare, ma deflagra, prima o poi, in violenza. Più il trauma è profondo più non lo si dimentica e questo vuol dire cercare giustizia. Si badi però che il senso di giustizia è così soggettivo da poter essere plasmato e deformato a proprio piacimento. Con Vincenzo Galiberti accade proprio questo.

Inoltre c’è da considerare quello che è un ulteriore argomento trattato nel romanzo: la ludopatia. Vincenzo avanza nelle sabbie mobili del gioco, l’adrenalina sotto forma di prevaricazione del prossimo, eccetera. E arriviamo proprio al tema portante di Scacco al re: la competizione e l’individualismo umano. Veniamo progettati per entrare nella società come squali pronti a predare, la nostra missione è il successo nonostante tutto, nonostante la posta in gioco in caso di sconfitta.

E perché? Perché questa fame di vittoria? Molto spesso è solo un degradante senso estetico a cui ci costringe la società di oggi. L’obiettivo è quello che si aspettano gli altri e mai quello che realmente potremmo volere se privi di questa pressione ambientale che ci toglie l’ossigeno.

TL: Bologna è “l’ingrediente” fondamentale nei tuoi romanzi. Il mercato del Pratello e la finestrella di via Piella sono i luoghi in cui avvengono i misfatti a cui De Luca deve trovare soluzione. “Bologna è una città complessa, ha un’anima calda e un cuore pulsante”. Quale importanza dai all’ambientazione nei tuoi romanzi?

WILLIAM BAVONE: L’ambientazione è importantissima, ma anche irrazionale. Importantissima perché più si conosce il luogo più si dà la possibilità al lettore di comprendere le azioni e le particolarità del contesto fisico. Irrazionale perché è stata scelta da Nico De Luca e a me è toccato studiare (compresa la storia della città) e fare sopralluoghi continui. Vi faccio un esempio concreto: in questo romanzo si parla di un prosciuttificio in Valsamoggia…. bene.

Io in quel prosciuttificio ci sono dovuto andare e trascorrere una giornata in visita per capire se quanto immaginavo fosse plausibile. Ed è andata benissimo. Ma occorre sempre verificare che la propria immaginazione abbia un riscontro reale, l’errore è dietro l’angolo e sbagliare è irrispettoso nei confronti dei lettori che danno fiducia alle tue capacità narrative.

Ma immagino che la domanda ora è “Come ha fatto Nico De Luca a scegliere Bologna?”. Che dire…? Ero lì a ragionare su Parma (città vicino a cui vivo) e come sottofondo avevo una canzone: La Locomotiva di Francesco Guccini. Ecco, Nico De Luca ha voluto a tutti i costi andarsene in Via Paolo Fabbri e da lì è nata la nostra avventura…

TL: Il rapporto con la nipote Giulia si sta costruendo, la loro convivenza è in via di miglioramento “gli screzi e le incomprensioni erano un denso magma ormai raffreddato. Avevano il loro equilibrio, la loro complicità”. Poi l’arrivo del nuovo agente Filippo De Vitis, salentino pure lui e grande estimatore e fan accanito di De Luca: “ho chiesto il trasferimento per imparare da lei”. Arriverà presto un altro capitolo De Luca?

WILLIAM BAVONE: Scacco al re lo definisco anche un romanzo di respiro. Dopo Il morso del varano avevo bisogno di un romanzo capace di dare tridimensionalità a tutti i personaggi che ruotano intorno a De Luca, i suoi collaboratori soprattutto, e poi, nella mia idea di storia, avevo la necessità di introdurre nuovi personaggi che troveranno un posto appropriato nel prosieguo. Ed ecco svelata la mia idea di storia, ovvero una trama ben determinata e che ha bisogno di qualche altro capitolo (libro) per giungere a compimento.

Il mio obiettivo è sicuramente portare a termine questo progetto, giungere alla parola “fine” perché solo così potrò dedicarmi a nuove storie che già affollano la sala d’attesa nella mia mente. Più di un terzo di un terzo libro (scusate il gioco di parole) è già scritto. Attendo solo un “okay” dall’editore per completare il lavoro.

TL: Che tipo di lettore sei? Come nascono e dove trai ispirazione per le tue storie?

WILLIAM BAVONE: Sono un lettore onnivoro e che predilige la letteratura sudamericana. Per intenderci il mio autore preferito è Luis Sepúlveda, poi possiamo parlare di Márquez, Cortázar o spostarsi sulla penisola iberica con Saramago. Ma non è tutto: adoro Palahniuk (almeno fino a un certo punto), Bukowski e Clive Barker. La domanda è sacrosanta: e nel genere crime? Carlo Lucarelli resta un maestro e ho la fortuna di conoscerlo e avere un ottimo dialogo con lui come con altri gradi penne: Luca Crovi, Valerio Varesi, Antonio Lanzetta, Paolo Roversi, Andrea Franco, Oriana Ramunno, Massimo Tivoli, Diego Lama. Leggere loro è apprendere sempre qualcosa di nuovo per il proprio bagaglio autoriale.

Per quanto riguarda le storie, queste nascono da un’immagine casuale, un oggetto. Da lì arriva un titolo, un cappello provvisorio, ma capace di dare fondamenta solide a ciò che ne segue subito dopo: la storia.

TL: Prima di ringraziarti per il tempo che ci hai dedicato ti chiediamo se hai qualche consiglio da dare ai lettori di Thriller Life.

WILLIAM BAVONE: Prima di tutto sono io a ringraziarvi per avermi chiesto di essere qui con voi. Per i lettori, l’unico consiglio che posso dare è di avere la pazienza di cercare. Cercate le belle storie, quelle che vale realmente la pena leggere. Cercate in base al vostro stato d’animo, in base a ciò che realmente volete in quel preciso momento, ma non accontentatevi mai. Un minuto in più vi permette di investire meglio il vostro denaro. Oggi comprare un libro inizia a essere “dispendioso” e allora siate esigenti e subito dopo parlatene.

Un libro, una storia e anche chi l’ha scritta sopravvivono solo se ne parlate. Dite sempre cosa ne pensate di una lettura, condividete le emozioni che vi ha suscitato, consigliate apertamente un libro o sconsigliatelo, ma siate sempre disposti a iniettare la vostra esperienza tra altri lettori. È questo l’unico modo per far andare avanti le storie, perché se anche siete ammaliati da un libro, ma non ne parlate, quello stesso libro potrebbe ingiustamente sparire ed essere dimenticato. I lettori hanno sempre ragione e a loro spetterà sempre giudicare una storia e il suo autore. Grazie.

La redazione di Thriller Life ringrazia William Bavone per la collaborazione.

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