“Burattinai” – intervista a Grazia Scanavini
DOMANDE DI: Chiara Ferrato
SPAZIO CURATO DA: Beatrice Orrù

Buongiorno cari lettori, la graditissima ospite del nostro spazio interviste di oggi è Grazia Scanavini, con il loro libro “Burattinai” (Salani Editore, 2026) letto e recensito dalla nostra Chiara Ferrato.
Grazia Scanavini è nata a Ferrara nel 1973. Interessata alle scienze umane e alle dinamiche di genere, lavora come counselor filosofica ed educatrice. Burattinai è il suo romanzo d’esordio, pubblicato da Salani Editore nel 2026.
THRILLER LIFE: La voce narrante di Ferrara è uno degli elementi più originali del romanzo: la città interviene tra un capitolo e l’altro come una presenza viva, materna, millenaria, che commenta i fatti, racconta la storia locale, spiega il dialetto, descrive le ricette. Come è nata l’idea di dare a Ferrara una voce propria? Era parte del progetto originale del romanzo, oppure è emersa durante la scrittura? E come hai lavorato per trovare quel tono preciso, antico ma non pesante, ironico ma non distaccato?
Grazia Scanavini: Ferrara è arrivata prima della trama, da una percezione che ho da sempre rispetto ai luoghi in cui mi muovo. Viaggio spesso e cammino molto, soprattutto di notte. Nelle città, quando tutti dormono e il caos si quieta, mi piace uscire e ho spesso la sensazione di non essere sola, come se fossi la figlia nottambula sotto gli occhi di un’antica madre che finalmente riposa, pur non dormendo.
Con Ferrara questa percezione è ancora più familiare, perché è la città in cui ho vissuto più a lungo. Le mura, la nebbia, il dialetto, il cibo e la memoria non sono semplicemente uno sfondo, agiscono sulle persone. Per questo, fin dall’inizio, ho voluto che fosse Ferrara stessa, l’antica madre, a raccontare la storia di Emma Mastrangeli. Il tono si è definito durante la scrittura. Non volevo una voce solenne né una guida turistica, ma una presenza che avesse vissuto abbastanza da guardare gli esseri umani con affetto e anche con un certo disincanto. Mi sono messa in ascolto, insomma. È venuta fuori una voce antica ma accessibile, materna senza essere consolatoria. Un po’ come sono le persone sagge.
THRILLER LIFE: Enrico Vinci non urla, non lascia segni visibili. Controlla Marina attraverso telecamere, isolamento dalla famiglia, svalutazione psicologica costante, la menzogna sulla sterilità. È il classico “carnefice pulito”: quello che tutti stimano, quello che nessuno sospetterebbe. Costruire un antagonista così privo di tratti apparentemente criminali è narrativamente più difficile di un assassino classico. Come hai lavorato sulla psicologia di Vinci? Hai consultato esperti o ti sei basata sulla tua formazione come counselor? E temi che qualcuno, leggendolo, non riconosca in lui un carnefice?
Grazia Scanavini: Vinci è nato dal controllo, prima ancora che dall’omicidio. Il femminicidio che volevo raccontare doveva essere l’ultimo atto di una violenza psicologica già entrata da tempo nella vita quotidiana di Marina, prima ancora della violenza fisica. Le telecamere, per esempio, ufficialmente installate per proteggerla, in realtà servivano a controllarla e a farla sentire controllata. Persino la menzogna sulla sterilità finisce per sembrare una sofferenza che lui sopporta per amore, mentre serve a farla sentire inadeguata e in debito.
A me interessava proprio questo slittamento, il momento in cui il controllo assume l’aspetto della cura e Marina comincia a guardare sé stessa attraverso le parole di Vinci. Non ho consultato esperti, ma sono felice di aver ricevuto diversi feedback positivi da professionisti specializzati nel campo. Per architettare personaggi e dinamiche di relazione, mi sono servita della mia formazione e dell’esperienza maturata lavorando sulle dinamiche manipolatorie.
Il lavoro in sceneggiatura, invece, mi ha aiutata a non spiegare subito chi fosse Vinci, ma a mostrarlo attraverso ciò che fa e l’effetto che produce sugli altri. Il rischio che qualcuno non lo riconosca subito come carnefice c’è ed è voluto, perché rispecchia ciò che accade anche nella realtà. Siamo ancora abituati ad associare la violenza alle urla, alle minacce e alle percosse, mentre un uomo controllato, stimato e socialmente irreprensibile gode invece molto più facilmente del beneficio del dubbio.
Se qualcuno, leggendo, pensa per un tratto che Vinci sia soltanto un marito geloso o apprensivo, il romanzo gli sta facendo sperimentare lo stesso equivoco che permette a uomini come lui di agire indisturbati. Da un uomo violento ci aspettiamo aggressività e segni evidenti, Vinci invece appare tutt’altro. La sua credibilità sociale è una parte essenziale del potere che esercita su Marina e sull’indagine. Il fatto che sia colluso con un sistema che lo tutela alza le difficoltà di chi deve smascherarlo.
THRILLER LIFE: Nausica Esposito appare come il personaggio più esuberante e comico della squadra, ma il lettore scopre a metà romanzo che è la sopravvissuta del “sacrificio a Santa Lucia”: da adolescente ha spinto sua madre giù per le scale mentre questa rovesciava candeggina negli occhi dei fratelli. Ha salvato loro e sé stessa. I fratelli però sono ciechi. Nausica usa l’ironia e la vivacità come armatura. È un meccanismo di difesa che riconosci come counselor, e che hai scelto consapevolmente per quel personaggio? Quanto di questo backstory era già definito quando hai iniziato a scrivere, e quanto si è costruito nel corso della narrazione?
Grazia Scanavini: Sì, è un meccanismo che riconosco, ma per Nausica non si tratta soltanto di un’armatura. L’umorismo contiene il dolore, certo, però è anche il modo in cui lei occupa lo spazio e decide come entrare in relazione con gli altri. Ha una presenza fisica travolgente, arriva prima con quella, perché non vuole che a definirla sia quanto le è accaduto quella notte. Prima di cominciare a scrivere avevo cercato a lungo i volti e la fisicità dei personaggi, poi li avevo disposti attorno a Emma su una lavagna, ma non avevo definito tutte le loro backstory e i loro archi.
Ho iniziato a scrivere seguendo Emma e ho continuato a camminarle accanto. Ho conosciuto gli altri personaggi quando li ha incontrati lei e ho scoperto insieme a lei chi fossero. Di Nausica conoscevo solo il volto e avevo deciso la personalità esplosiva, ma non il passato, e il sacrificio di Santa Lucia si è rivelato a me nello stesso momento in cui si è rivelato a Emma.
Quando ho scoperto cosa le era accaduto, ho capito anche che la vitalità e il dolore non erano in contraddizione. Nausica non è così perché ha cancellato quella notte, anzi. Se la porta dentro, insieme a una rabbia che a volte la morde ai fianchi, ma alla quale non intende permettere di decidere che persona lei debba essere. Per me la sua resilienza è tutta lì.
THRILLER LIFE: Il caso di Bianca Mastrangeli, la sorella di Emma, uccisa vent’anni prima, rimane aperto. Alla fine del romanzo, Vittoria promette che il prossimo caso d’archivio della Squadra F potrà essere il suo. Ma Emma chiede due mesi di respiro prima di affrontarlo. Hai già in mente chi ha ucciso Bianca? Il mistero è già risolto nella tua testa, oppure si tratta di un filo che costruiremo insieme alla serie? E il ruolo del questore Lo Russo, che ha fatto sparire il fascicolo, verrà approfondito nei prossimi romanzi?
Grazia Scanavini: Che bella domanda, grazie. Io so chi ha ucciso Bianca, conosco il movente e la dinamica dell’omicidio. Era necessario stabilirlo fin dall’inizio, perché una storia orizzontale di questo tipo deve lasciare tracce coerenti lungo il percorso. Alcune sono già presenti in Burattinai, anche se acquistano un significato diverso per chi non conosce ancora la soluzione.
La verità, quindi, è definita. Seguendo Emma potrebbe sorprendermi il percorso che ci condurrà fin lì, come è già successo scrivendo questo romanzo, ma non il punto di arrivo. La richiesta dei due mesi è importante perché, per la prima volta dopo vent’anni, Emma prova a sottrarsi all’ossessione. Non significa che stia rinunciando a Bianca, ma che ha raggiunto una consapevolezza: cercare giustizia non può costarle ancora tutta la vita. Vorrebbe scegliere lei quando tornare dentro quella ferita, insomma, ma l’epilogo le nega subito la tregua.
Anche il ruolo di Lo Russo verrà chiarito. La sparizione del fascicolo ha impedito per vent’anni che Bianca avesse giustizia e ha lasciato Emma prigioniera del dubbio, ma non voglio anticipare quanto il questore sapesse né perché abbia agito. Il suo arresto non risolve l’omicidio, ma rimuove l’uomo che fino a quel momento aveva impedito di indagare davvero.
THRILLER LIFE: Il PM Rosario Di Nola è uno dei personaggi più luminosi del romanzo: parla della radice storica della violenza di genere con una lucidità rara, vive sotto scorta, ha una relazione con Vittoria. È una figura quasi controcorrente rispetto all’immagine usurata dell’istituzione. Di Nola sembra un personaggio in cui hai messo molta speranza: quella che le istituzioni possano funzionare se le persone giuste ci credono davvero. Era un messaggio che volevi trasmettere consapevolmente, o è nato in modo più istintivo? E ci sarà ancora, nei prossimi capitoli della serie?
Grazia Scanavini: Anche se Di Nola è nato soprattutto dal bisogno di non consegnare l’intera istituzione a Lo Russo, quello che ho inteso dare è un messaggio consapevole. Non volevo rappresentare l’istituzione come un organismo astratto, interamente corrotto oppure salvifico. Le istituzioni sono fatte dalle persone che le abitano e dalle scelte che compiono ogni giorno. Ho scelto di contrapporre Lo Russo e Di Nola perché esercitano il potere in modo opposto: mentre il primo usa il proprio ruolo per proteggere interessi, creare dipendenze e ottenere obbedienza, il secondo accetta la responsabilità, i limiti e anche il prezzo della funzione che ricopre.
Il fatto che viva sotto scorta rende la sua integrità qualcosa di concreto, non una semplice dichiarazione di principio. Volevo anche che nel romanzo ci fosse un uomo capace di parlare della violenza contro le donne senza considerarla esclusivamente una questione femminile e senza assumere il ruolo del salvatore. Di Nola studia, ascolta, comprende la radice culturale del problema e usa l’autorità che possiede per mettere le investigatrici nelle condizioni di lavorare. Non risolve il caso al posto delle Lavandaie, ma fa la propria parte e si assume insieme a loro i rischi delle decisioni. La speranza che ho messo in lui riguarda questo.
Un sistema non cambia grazie a un singolo uomo irreprensibile, ma può cominciare a funzionare quando le persone giuste si riconoscono e collaborano. E oggi più che mai abbiamo bisogno, secondo me, di focalizzare questo concetto e metterlo in pratica. Di Nola resterà nella serie e, nel prossimo romanzo, sarà coinvolto in uno degli snodi più forti della storia.
THRILLER LIFE: Il romanzo è dedicato “a chi sta cercando una via d’uscita”. È una dedica che allarga lo sguardo oltre la finzione: parla direttamente a chi è dentro una situazione di controllo e violenza, e fatica a riconoscerla o a uscirne. Hai scelto quella dedica fin dall’inizio o è arrivata alla fine, quando il romanzo era già compiuto? E come counselor, ti è capitato di lavorare con persone che vivevano situazioni simili a quella di Marina? Questo romanzo nasce anche da quelle esperienze?
Grazia Scanavini: La formulazione precisa della dedica è arrivata quando il romanzo era già stato editato, ma non ha aggiunto un significato nuovo. Mi ha solo riportata all’intento da cui Burattinai era nato. All’inizio, infatti, non pensavo di scrivere un romanzo. Da molti anni studio le dinamiche manipolatorie e, lavorando come counselor, ne ho visto gli effetti concreti sulla vita delle persone.
Avevo cominciato un saggio “pop” perché volevo rendere questa materia comprensibile anche fuori dagli ambiti specialistici. Viviamo dentro una cultura del narcisismo e della performance e certe forme di controllo sono diventate così comuni da essere difficili da riconoscere. Mentre lavoravo al saggio, mi sono resa conto di una contraddizione. Rischiavo di parlare soprattutto a chi possedeva già interesse e strumenti per leggere un libro sulla manipolazione, mentre il mio desiderio più forte era raggiungere chi, magari, non ha nessuna consapevolezza sull’argomento. Da questa impasse è nata la scelta della narrativa.
È lì che i miei due lavori, counselor prima e sceneggiatrice ora, hanno cominciato a interagire davvero. Il counseling mi ha insegnato quali meccanismi volevo mostrare e che cosa accade, dentro una persona, quando ne rimane intrappolata. La sceneggiatura mi ha aiutata a trasformare tutto questo in una storia, senza doverlo spiegare di continuo. Ho scelto il noir perché il femminicidio è l’esito estremo di una violenza cominciata molto prima. Partendo dal delitto potevo tornare indietro e mostrare come si era arrivati fin lì. Come counselor ho incontrato persone che vivevano dinamiche simili a quelle di Marina e di Emma, ma nessuna storia individuale è stata trasferita nel romanzo. È entrato, invece, ciò che ho imparato ascoltandole.
Un romanzo non sostituisce un percorso di aiuto, ma può permettere a una persona di riconoscersi in ciò che legge e dare il nome giusto a qualcosa che fino a quel momento era rimasto confuso. La dedica è arrivata alla fine, insomma, ma Burattinai è nato proprio con l’intento di provocare domande interiori in chi quella via d’uscita la sta ancora cercando, più o meno consapevolmente.
THRILLER LIFE: Prima di salutarti e ringraziarti per il tempo che ci hai dedicato, c’è qualche consiglio che vorresti dare ai lettori di Thriller Life?
Grazia Scanavini: Il consiglio è di non avere troppa fretta di accettare la prima versione di una storia, nei romanzi come nella vita. Nei thriller siamo abituati a chiederci se i fatti coincidano davvero con il modo in cui ci vengono raccontati. Fuori dai libri lo facciamo molto meno, soprattutto quando la versione più comoda arriva da una persona autorevole o alla quale vogliamo bene.
Viviamo dentro alla cultura del narcisismo e della performance, quindi imparare a riconoscerne le dinamiche serve a capire quanto delle nostre scelte sia davvero nostro e quanto, invece, dipenda dalle pressioni che abbiamo intorno. Leggere thriller è un buon allenamento a porsi domande, rimanere nel dubbio e ad ascoltare il disagio che proviamo quando qualcosa non torna. E, spesso, è proprio quello il primo filo da seguire.
Grazie a voi per l’attenzione e per lo spazio dedicato a Burattinai.
La redazione di Thriller Life ringrazia Grazia Scanavini per la disponibilità.




